La storia


Anteo: l'ennesimo mistero italiano


31 ottobre 1926. Ricorre il quarto anniversario della “Marcia su Roma” e Bologna, scelta come luogo per le celebrazioni, è parata a festa per accogliere il Duce. Il regime mostra la propria forza ma anche una malcelata preoccupazione per un attentato ai danni di Benito Mussolini annunciato da giorni da parte del Questore di Udine. Rischia di essere il quarto in dodici mesi. Tutto procede bene tra parate e incontri pubblici nei quali il Duce evidenzia l’importanza del ritorno all’ordine e al credo cattolico nell’Italia del futuro. Quando la giornata volge ormai al termine e le maglie della sicurezza si allentano, l'automobile presidenziale, diretta verso la stazione, entra in via Indipendenza, in quel tratto di strada che collega piazza Nettuno alla cattedrale di San Pietro che a Bologna chiamano “Canton de' fiori”.
Ad un tratto parte un colpo di pistola. Il proiettile calibro 7,65 sfiora, lacerandola, la giacca del Duce, colpisce il cappello del Sindaco Puppini e si conficca nella portiera della macchina. L'auto si ferma, le grida si alzano, i pugnali vengono sguainati e sul terreno rimane il corpo esangue di un ragazzo molto giovane, vestito di nero. Vicino a lui una pistola Beretta 7,65. Nei pressi due costosi gabardine chiari “Old England” che nessuno reclamerà mai. Il nome del ragazzo, ucciso a pugnalate, è Anteo Zamboni di quindici anni.


La famiglia Zamboni


La famiglia Zamboni è una famiglia di agiati tipografi (divenuti benestanti in poco tempo) che abitano in via Fondazza. Quella sera sono in apprensione per l’assenza del proprio figlio più giovane, Anteo, che non è tornato dalla manifestazione. La zia Virginia va a cercarlo inutilmente. La sera sul tardi arriva anche il fratello più grande, Lodovico, tornato da Milano dove era andato a trovare Assunto, l'altro fratello, in quel momento militare. Mammolo, il padre di famiglia, non avendo notizie, più tardi decide di andare all'obitorio e qui riconosce il corpo del giovane figlio. Mammolo però non sembra sorpreso vedendone il cadavere e poco sorpresa pare anche la zia. Il padre dichiara che è quasi più dispiaciuto del gesto del figlio che della sua morte. Successivamente si spostano in questura dove viene loro mostrata l'arma del delitto trovata addosso ad Anteo, una Beretta 7,65 che Mammolo riconosce come propria. La notte stessa tutta la famiglia viene arrestata; la casa è oggetto di una approfondita perquisizione che porta alla luce una seconda pistola, sempre una Beretta, venduta a Mammolo da un certo Emo Lenti, un massone. Si fa strada l'idea di un complotto. Anteo è una pedina sacrificata dai veri attentatori o da oscuri ispiratori? Per molti il ragazzo è solo uno strumento “cieco e inconsapevole”. In effetti il suo non sembra un profilo da attentatore: introverso, timido, servizievole ed ubbidiente e che proviene da una famiglia di ex anarchici ora amica del ras Arpinati.




La prima istruttoria


Gli inquirenti bolognesi raccolgono subito le testimonianze di chi era presente al fatto. La prima versione è data da un ufficiale dell'esercito, il tenente friulano Pasolini (padre del più noto Pierpaolo). Egli parla di un giovane dietro al suo cordone di sicurezza che sporge la mano armata di pistola facendo fuoco. Prontamente l'ufficiale lo blocca. Diversa la versione di Leandro Arpinati, in quel momento alla guida dell’auto che trasportava il Duce: “il giovane vestito di scuro, che il ras però riconosce solo a posteriori come il figlio dell’amico Mammolo, in realtà era fuori dal cordone di polizia e soldati”. Mussolini però smentisce categoricamente il suo delfino bolognese descrivendo l’attentatore come un giovane di media statura, sui ventotto anni, vestito di chiaro e non di nero come Anteo, posizionato oltre il cordone di sicurezza. Forse indossava un gabardine e un cappello floscio sulla testa. A conferma di ciò la versione di un coraggioso milite chiamato Vallisi che racconta di essersi lanciato sull'attentatore aiutato anche dal tenente Pasolini. Vallisi parla di una persona vestita in gabardine chiaro confermando la versione del Duce e smentendo Arpinati la cui imprecisione, sul vestiario dell'attentatore, non si spiega. Altre testimonianze aggiungono confusione. Una di queste parla di un uomo in gabardine chiaro, vicino ad Anteo, che in un primo momento veniva additato dalla folla inferocita come l’attentatore e che riusciva invece a deviare le attenzioni verso il giovane Zamboni. Il testimone in questione si chiama Zanaboni e dichiara di non aver visto sparare Anteo. E’ invece convinto si tratti dell’uomo vestito di chiaro e che secondo la sua ricostruzione, gli spari sarebbero stati due.


Un complotto familiare?


Il caso si presenta complesso e imbarazzante. Appare evidente si tratti di un complotto più vasto. Tra mille dubbi, già a novembre 1926, la giustizia italiana formula l’ipotesi del cosiddetto “complotto familiare”. La tesi si basa sulla somma di tanti piccoli sospetti ma in realtà nessuna prova decisiva. In questa prima ricostruzione si ipotizza come sparatore Anteo che agisce con la complicità della famiglia. A sostegno di questa tesi il ritrovamento in casa Zamboni di: un quadernetto di proprietà del giovane con frasi celebri di tirannicidi firmate da una A, riviste sovversive e inoltre le dichiarazioni del padre e del figlio Assunto che si definiscono “fascisti e anarchici individualisti”. Altre lettere paleserebbero un’indole violenta di Mammolo e testimonianze riferiscono di frequentissime esercitazioni di tiro nel cortile di casa. In aggiunta, a minare la credibilità della famiglia Zamboni c’è il fatto che a Bologna questa è ritenuta socialmente impresentabile, una famiglia che dà scandalo e di cui si hanno prove certe di concubinato tra Mammolo, la moglie e la sorella della moglie. Mammolo spesso confida i tradimenti ai danni della madre al figlio Assunto il quale, a sua volta, scrive lettere volgari alla zia Virginia. La madre oltretutto risulta insana di mente e folle di gelosia verso la sorella. Il figlio Lodovico tempo prima se ne era andato via di casa per una lite col padre, mentre la zia, chiamata da tutti “la Danda”, risulterebbe essere l'amante del sovversivo socialista Genuzio Bentini, massone. Ulteriori prove sarebbero: la seconda pistola Beretta 7,65 trovata nel giardino di casa, che risultava essere appartenuta ad un altro massone che l’avrebbe successivamente data allo stesso Mammolo, il quale, tra l'altro fu esonerato dalla partecipazione alla Grande Guerra per nevrastenia. Sembrerebbe inoltre che lui stesso appartenga a una loggia massonica e a confutare tale tesi il ritrovamento di una libreria ricolma di testi sovversivi e riviste del “Grande Oriente”. Mammolo poi intrattiene frequenti scambi epistolari con Massarenti, il celebre socialista e massone di Molinella. Sicuramente una famiglia facilmente additabile al pubblico scandalo anche e soprattutto in ragione del malsano che aveva al proprio interno. Ma questo poteva bastare a farne degli attentatori? Per il tribunale no e si decide di stabilire la sola colpevolezza di Anteo e l’innocenza dei familiari.
Caso chiuso!


L'indagine riservata


Tutto il 1927 trascorre in un braccio di ferro tra Tribunale di Bologna, Mussolini e il Tribunale Speciale appena istituito. E Il caso viene riaperto. E' a questo punto che Mussolini incarica l'avvocato militare Emanuele Landolfi di condurre le ricerche su di un eventuale complotto allargato. Landolfi conduce le indagini con puntigliosità affiancato dal solerte e coraggioso capitano Giovanni Cannone dell’Arma dei Carabinieri. L’immediato e sospetto accoltellamento di Anteo Zamboni da parte di un gruppo di squadristi già appostati attorno al supposto attentatore e l’allarme lanciato dalla Questura di Udine, che parla espressamente di un giovane vestito da fascista che sarebbe stato accoltellato dai propri complici, aprono piste prima non prese in considerazione: la cosiddetta “pista friulana” e del “dissidentismo fascista”… sempre friulano.


La pista friulana


Ed è sul Friuli e sul Veneto che si concentrano le indagini spalancando uno scenario in grado di sconvolgere le fondamenta del fascismo che si sta difficilmente trasformando da movimento sovversivo a forza governativa. Il fascismo friulano infatti non è come tutti gli altri. Qui il Mussolini governativo in doppio petto trova ben pochi sostenitori. Qui al duce è preferito il ras di Cremona Farinacci che vuole farla finita con i compromessi e che non approva, da massone e anticlericale, l'avvicinamento del Duce alla chiesa cattolica. Farinacci, passato in quel 1926 dalle stelle della segreteria del PNF alle stalle dell'anonimato politico, sembra l’eminenza grigia dei dissidenti friulani ma anche veneti. Il capitano Cannone segue la pista friulana che lo conduce a Farinacci e che a sua volta lo conduce ad una violentissima sezione milanese di Arditi che viene vista da più testimoni a Bologna nella zona dell'attentato presso “Canton de' Fiori”. In base alle nuove indagini, gli arditi milanesi guidati dal feroce Albino Volpi (già coinvolto nel delitto Matteotti), si sarebbero disposti nella zona del Canton de' Fiori tenendo come punto di raccolta il caffè San Pietro. Diverse testimonianze parlano degli Arditi che portano in trionfo nel caffè, dopo l'attentato, un uomo in gabardine chiaro descritto come l'uccisore dell'attentatore. Questi viene riconosciuto: è un certo Cutelli, noto sicario friulano di parte farinacciana. Anche Arconovaldo Bonaccorsi risulterebbe tra i primissimi accoltellatori di Anteo Zamboni, nonché lo stesso Albino Volpi. Altri confidenti, di provata fede, parlerebbero anche di un secondo uomo in gabardine, moro, coi baffi e tarchiato e addirittura dell'arrivo sul luogo del delitto di un'auto della questura e della presenza del vicequestore Conti. Costui avrebbe portato via dalla scena dell'accoltellamento di Zamboni, il Bonaccorsi e il Volpi. Una lettera anonima in mano a Landolfi accusa direttamente Farinacci nonché Amerigo Dumini (massone e complice di Volpi nel delitto Matteotti) e altri fascisti, tutti massoni, di essere coinvolti direttamente nel complotto bolognese. Ma il solerte Cannone non si accontenta e cerca qualcosa di più.


La pista Zilli


Cannone parte da un assunto molto semplice: il primo che ha parlato deve sapere qualche cosa. Questa persona è il friulano Guido Zilli, un fascista, commissario prefettizio di Fontanafredda (nel pordenonese) ma anche comproprietario assieme al grande ingegnere Antonio Pitter della società idroelettrica Cellina, una delle più importanti dell’area friulana. Zilli, farinacciano pentito avrebbe messo in giro le voci dell’imminente attentato, ritrattando in un secondo momento. Cannone quindi cerca tutta la documentazione e i rapporti relativi a Guido Zilli presso la federazione del partito fascista di Udine ma essi sono misteriosamente spariti già nel 1927. Le informazioni raccolte in Friuli fanno sospettare una convergenza tra i fedeli di Farinacci e la massoneria. Un coinvolgimento massonico è confermato anche dal capitano dell’Arma Feliciano Jussa, in servizio a Pordenone durante l’attentato. Anzi Jussa ne è convintissimo. Ma cosa centrava Zilli in tutto ciò? Cannone sospetta che Zilli sia un massone. Non solo, sua moglie, una aristocratica austriaca, è molto amica dell’ex sindaco socialista di Pordenone, Guido Rosso. Guido Rosso è al centro di un incrocio tra diversi ambienti che vanno dalla migliore società friulana al sovversivismo antifascista, implicato negli altri tre attentati a Benito Mussolini, non di rado connotati per la appartenenza alla massoneria. Si parla di Tito Zaniboni, di Gino Lucetti, del Generale Capello e addirittura di Ricciotti Garibaldi, nipote dell’eroe dei due mondi, che stava organizzando delle legioni garibaldine di anarchici per prendere il potere in Italia. Ma i legami tra gli Zilli e il sovversivismo non finiscono qui. Sia Zilli che Rosso sarebbero anche molto vicini ad un importantissimo personaggio friulano ed italiano, Camillo Ara, israelita e presidente delle Assicurazioni Generali nonché importante figura della Società Finanziaria Industriale Italiana. Ara ha forti legami con l’esercito e in particolare con il congiurato massone generale Capello, essendo Gran Maestro della massoneria triestina. Quando l’anarchico Gino Lucetti, iscritto alle legioni garibaldine di Ricciotti, tirò una bomba a mano contro Mussolini un mese prima della vicenda di Anteo Zamboni, degli squadristi misero a soqquadro l'abitazione del commendator Ara, proprio in quanto massone. Ma quali legami con Bologna? A Bologna lavora il fratello di Camillo Ara, Enrico, un maggiore dell’esercito e direttore della filiale bolognese delle Assicurazioni Generali. Nulla di strano se non per il fatto che il suo vice direttore risultasse essere Andrea Zamboni, fratello di Mammolo e zio di Anteo. Enrico Ara, in prima persona, indirizzerà al Duce una richiesta di amnistia già nel 1928. Ma perché spendersi per un personaggio discutibile come Mammolo quando, a parte qualche indizio, prove decisive sul coinvolgimento di questi personaggi nella vicenda non se ne trovano? Cannone e Landolfi, del resto, cominciano a capire di essersi spinti su un terreno minato anche perché tra i confratelli della loggia di Camillo Ara figurerebbe Crispo Moncada, ex capo della polizia e ora senatore. Landolfi ritiene, dato lo sviluppo delle indagini, doveroso informare il Duce.


Il complotto sovversivo


Anche perché è emerso altro. E’ una lettera recapitata a Reggio Emilia qualche giorno prima dell’attentato contenente uno scritto minatorio con tanto di disegno della pistola, falce e martello, di un tipo particolare, identico ad un cliché tipografico rinvenuto nella casa di Mammolo Zamboni. Nella lettera si minaccia di morte Mussolini e al termine la scritta “W LA MASSONERIA W”. La perizia calligrafica inchioda Anteo e la zia Virginia come estensori del documento ma ancora più inquietante è l'opinione del funzionario delle poste che consegna il documento agli inquirenti. Questi è convinto si tratti di una richiesta di aiuto del giovane Anteo, mascherata da rivendicazione. Forse il ragazzo voleva essere salvato da un meccanismo più grande di lui. Mammolo si configurerebbe, secondo Cannone, come il peggiore dei simulatori, colpevole addirittura di avere istigato i figli ad un atto suicida. Si paleserebbero anche delle gravi incongruenze nella testimonianza del figlio Lodovico che, Cannone ne è certo, ha finto di essere a Milano mentre era a Bologna a fiancheggiare il fratello Anteo. Landolfi, nella sua relazione finale, parla chiaramente di una convergenza tra massoneria, famiglia anarchica di simulatori e fascismo dissidente di stampo farinacciano, non coinvolgendo il mondo di professionisti friulani sui quali non c’erano prove. Soprattutto perché alla richiesta di arrestare e interrogare Volpi e gli Zilli, era stato opposto un secco rifiuto dallo stesso Mussolini.


Il movente massonico


Ma perché la massoneria avrebbe dovuto essere interessata a questa torbida vicenda? Per rispondere bisogna fare un salto indietro di qualche anno. Il fascismo italiano originariamente ha beneficiato parecchio dell'aiuto della massoneria che aveva visto in esso un buon campione delle proprie finalità politiche, interventiste, anticlericali e antisocialiste. Molti celebri fascisti della prima ora risultano essere anche massoni quali ad esempio quasi tutti i quadrumviri della Marcia su Roma. Dopo la marcia su Roma però Mussolini aveva cominciato ad aprirsi alla Chiesa e ai nazionalisti, notoriamente su posizioni antimassoniche, arrivando infine a dare l'ordine di assaltare le sedi della massoneria. Il Grande Oriente d'Italia deve fuggire in Francia dove inizia a cospirare contro il fascismo. In questo scenario di lotta aperta qualcuno intravede una delle cause degli attentati al duce compiuti tra il '25 e il '26. Tra gli attentatori spiccano le figure del massone Tito Zaniboni, di Violet Gibson che spara sul naso del Duce ed è vicina a Giovanni Antonio Colonna di Cesarò, duca ed ex ministro, tutti e due personaggi in aria di teosofia, antroposofia ed esoterismo. Un altro attentatore, Gino Lucetti, risulta vicino a Ricciotti Garibaldi, il massone organizzatore delle legioni garibaldine che si scoprirà poi essere pure truffatore e doppiogiochista. In quel momento la massoneria e le forze sovversive, sentendosi sconfitte da Mussolini, ricorrono allo strumento dell’attentato. Ma c'era una regia oppure era una forma di spontaneismo? E come si inserisce Bologna in tutto ciò? Può far luce su questo fatto una informativa della polizia benché molto posteriore ai fatti qui narrati. E' una informativa del 1933 e in essa si parla della presenza, a Bologna, di una sorta di loggia esclusiva chiamata “Società degli uomini eminenti” di cui la figura di spicco sarebbe Leandro Arpinati e alla quale aderiscono le principali personalità della borghesia cittadina. Emerge il fatto che moltissimi di questi personaggi elencati sono in diretto rapporto con Mammolo Zamboni, definito pubblicamente da Arpinati come “il mio amico anarchico”. Dando per buona questa informativa, sommata alle lettere anonime e alla convinzione di Landolfi sulla bontà di questa pista, si potrebbe configurare quindi che proprio questa massoneria bolognese abbia fatto da collante tra dissidentismo farinacciano, massoneria friulana e transalpina e famiglia Zamboni. Supposizioni! Va rilevato però che Arpinati non si è mai qualificato come massone; la sua stessa famiglia ha più volte ribadito che non era legato a loggia alcuna e che era troppo fedele a Mussolini per tentare di rovesciarlo con un attentato soprattutto in quel giorno e nella propria città. L'informativa, in effetti, è dell’epoca in cui Arpinati era caduto in disgrazia e le maldicenze su di lui si sprecavano. Tuttavia rimane la conferma di un fatto: la famiglia Zamboni e Arpinati erano al centro di solide relazioni con figure importanti della massoneria petroniana e non solo.


La conclusione del caso


Quanto emerso dalle indagini del Landolfi non si concretizzerà in un supplemento di indagini. Dall'alto viene infatti imposto di non continuare su questa strada e di fermarsi. La tesi del complotto familiare è più che sufficiente a spiegare ogni cosa, in più una famiglia così sembra fatta apposta per convogliare su di sé l'ostilità di una opinione pubblica non certo priva di perplessità. La relazione di Landolfi non viene nemmeno data alla difesa degli Zamboni e rimmarrà solo materiale per gli storici. Il destino di tutti gli Zamboni è così segnato. I figli Lodovico e Assunto ricevono una condanna a circa sette mesi di confino, la madre Viola, turbata mentalmente, viene reputata vittima passiva mentre su Mammolo e la sua amane Virginia la giustizia si fa più dura. Sono condannati a trent'anni di carcere ciascuno ma verranno amnistiati sette anni più tardi. Al termine della guerra, il Mammolo, nel tentativo di ricostruirsi una credibilità nella Bologna del PCI, dichiarerà che suo figlio era un martire antifascista consapevole. Nella casa di via Fondazza troverà sede la Federazione Anarchica Italiana. La sua vita finirà nell'amarezza e nell'oblio.
A farne però le spese di questa oscura vicenda, sarà purtroppo anche un’altra figura insospettabile: il bravo capitano Cannone che da quel giorno incontrerà mille difficoltà nel fare carriera in seno all'Arma dei Carabinieri.

Unica colpa quella di avere condotto le proprie indagini con uno zelo forse eccessivo.